Mani-cure / mani-care: un'esperienza di scrittura autobiografica

Mani-cure / mani-care: un’esperienza di scrittura autobiografica

A cura di Marina Biasi

In un precedente articolo dedicato al contributo della metodologia autobiografica all’interno di un Laboratorio di Medicina Narrativa in Oncoematologia Pediatrica, avevo fatto riferimento alla valenza formativa e trasformativa della scrittura di sé, in particolare quando essa porta gli operatori a interrogarsi su alcune parole-chiave del proprio ruolo e del proprio lavoro come cura e corpo.
In linea con questo tema, ho pensato ad una scrittura che avesse come tema centrale “le  mie mani”.
Perché proprio le mani? La mano: 27 ossa, 27 giunture, 123 legamenti e 48 nervi, 34 muscoli; poi, unghie per scavare e graffiare, il senso del tatto sui polpastrelli, le ghiandole sudoripare che esprimono la sua vitale umidità e l’impronta, narrazione individuale per eccellenza! Infine, il pollice opponibile, ovvero una conquista evolutiva che ha cambiato il corso delle cose: grazie al pollice opponibile, la mano ha dato vita agli utensili e tutto ciò ha generato connessioni mano-cervello che hanno spinto in avanti lo sviluppo umano.
Fernando Pessoa ne “Il marinaio” scrive Le mani non sono vere, non sono reali… sono misteri che abitano la nostra vita… A volte, quando fisso le mie mani, ho paura di Dio… Non c’è vento che faccia tremare quelle candele, eppure esse si muovono, guardate; si muovono… da che parte si inclinano? 
Ecco, le mani, per medici, infermieri e operatori socio-sanitari sono uno strumento di cura fondamentale, sono corpo che tocca un altro corpo. E quel toccare non è neutrale, ha storia e significato, per ciascuno differenti. Storie e significati che entrano nella relazione di cura, la influenzano e ne restano influenzati.
Ho introdotto la scrittura con le parole di Severino Cesari : Ho rivisto dopo tanto tempo l’angelo del trapianto, il professor Alato, che è davvero un angelo e ha voluto sapere ogni dettaglio delle mie condizioni di salute, non solo per quanto riguarda il rene ma anche per quanto riguarda la malattia oncologica che si è sviluppata in seguito e la connessa terapia. (…) Sediamo sulla panca nel corridoio, in attesa. Tutto è spartano qui, in regime di Servizio Sanitario Nazionale. Mi mancavano molto l’amicizia e la sincerità di quest’uomo preciso e colto, medico e uomo di scienza, amante dei libri e cultore dei vecchi libri Einaudi, e minuzioso e attento, magrissimo, che alterna sala operatoria e cura dei pazienti, che si prodiga. Per me, rifletto nell’attesa, la Cura stessa, il suo modello, la sua essenza, è in fondo il professor Alato, l’uomo cui devo la vita. Lui mi viene incontro di slancio, bello e ascetico di un ascetico molto umano e un po’ bambino, e il sorriso gli illumina il volto aperto, gli occhi che sfuggono da ogni parte per tornare a sorriderti, contenti. Mi stringe le mani con gioia e vigore, è una mano bellissima, nervosa. Non riesco a non pensare a quella mano, quelle due mani. Sette ore è durato, l’intervento in chirurgia quel giorno.
E queste sono le scritture di alcuni infermieri e operatori socio-sanitari:
Piccole, magre, alcune dita un po’ storte…mani che impastano, si bagnano, stirano. Mani che preparano, miscelano, somministrano; mani che toccano, accarezzano, trasmettono e cercano emozioni.
Tozze, un po’ rugose, solcate da rilievi come le strade di una mappa, come le strade della mia vita… come le esperienze che l’hanno formata, vissuta, accompagnata. Mani come strumenti: strumenti di vita, di sostentamento, di lavoro, di cura, dispensatrici di gioia , come di dolori, indicatrici di idee e significati. Mani che ogni giorno distribuiscono e dispensano, le tante briciole, come Pollicino, dei percorsi di cura, che donano speranza, che coltivano la vita e lottano qualche volta, contro la morte. Le mie mani sono appendici di carne ed ossa, percorse da fluido vitale, come ciò che vorrei infondere e trasmettere. 
Non ho mai amato le mie mani, non mi sono mai piaciute e non me ne sono preso mai cura…erano tutte mangiucchiate e quella dermatite non le faceva apparire per niente bene… eppure fanno così tante cose! Un giorno, guardandole ho pensato “chissà cosa penseranno i miei piccoli pazienti vedendo le mie mani in queste condizioni, oltre a percepirle come causa di alcuni dolori fatti per il loro bene…” Ho così deciso di smettere di mangiare le unghie e di prendermi più cura delle mie mani in segno di rispetto nei loro confronti…

Le mie mani non devono mai sbagliare e devono sempre essere pulite. Devono essere precise, leggere e molto discrete. Prima di avvicinarsi devono chiedere il permesso e non essere prepotenti o invadenti. Devono saper accarezzare e toccare anche il viso dando sollievo e sostegno e, perché no,  per compiere qualche miracolo o per alleviare qualche sofferenza. 

Se penso alle mie mani in ambito lavorativo mi viene in mente la parola “osservate” … dal momento in cui busso alla porta di una camera, fino al momento in cui la richiudo … 
Busso alla porta, non lo faccio troppo forte, per non dare fastidio, ma neppure troppo piano, perché voglio essere sentita. Entro, applico la terapia e mi sento osservata, mentre le mie dita premono i pulsanti delle pompe infusionali; mi avvicino al monitor, prendo il bracciale della pressione, lo avvolgo attorno al braccio e faccio scivolare le dita come a fare una carezza su quella pelle. Mi sento osservata dal bambino e dai genitori. Scrivo i PV su un foglietto, comunico i dati, prendo la mia arcella ed esco dalla porta.
Cosa raccontano queste scritture sulle mani? Raccontano storie legate al ruolo, alla funzione e ai doveri delle persone cui appartengono, ma anche storie che vanno oltre l’ambito strettamente lavorativo; le scritture rivelano parole cariche di significati simbolici, oltre che elementi che le descrivono nella loro loro fisicità e singolarità. Sono storie di persone, prima che di professioniste e professionisti. Persone che grazie a quelle mani piccole, magre, oppure tozze e rugose, o con la dermatite, o che non devono mai sbagliare o, infine, osservate, entrano in relazione con corpi sofferenti per prendersene cura. Dopo aver svolto la scrittura, ciascun partecipante ha esplicitato di non aver mai pensato alle proprie mani in tal senso, le aveva date per scontate. Grazie al processo riflessivo innescato dalla scrittura, invece, le mani sono diventate care, una parte di sé da considerare con attenzione, sia nella dimensione della relazione, che nella dimensione personale.
La scrittura di sé diventa quindi il medium per oggettivare il vissuto del soggetto, per creare quella distanza utile a guardarsi come se si guardasse un altro. E in questo movimento si generano possibilità di apprendimento e scoperta. Inoltre, all’interno di un laboratorio di gruppo, il proprio testo diventa un ponte per confrontarsi e conoscere l’esperienza altrui, aprendo chi scrive a inedite traiettorie di senso e punti di vista. Il gruppo diventa così cassa di risonanza in cui il fare individuale si trasforma in esperienza condivisa, premessa e base per costruire relazioni professionali collaborative finalizzate a trovare risorse e elaborare strategie più mirate alle necessità dei pazienti.
Bibliografia
• Cesari S., Con molta cura, Rizzoli ed.,Milano, 2017
• Demetrio D., Educare è narrare. Le teorie, le pratiche, la cura, Mimesis ed., Milano, 2013
• Espressioni di cura – medicina narrativa in oncologia, Atti del convegno – V edizione, CRO Aviano, 2016

pratica medica. 

L’autore

Marina Biasi
Autrice dell’articolo e formatrice, è psicologa esperta in metodologie autobiografiche

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